Augusto
Che esista Parigi e che qualcuno scelga di vivere in qualunque altra parte del mondo resterà sempre un mistero per me.
(Woody Allen, “Midnight in Paris”, 2011)
Savoir pour prévoir afin de pouvoir.
(Auguste Comte)
Questo è il mio posto preferito nel parco. E d’inverno, quando è coperto di neve, verso le cinque del pomeriggio quando cala la sera e le luci si accendono, c’è la foschia. E vedi solo il profilo degli edifici di Manhattan attraverso gli alberi, ed è magico. È magico.
(Woody Allen 1994)
Ed attraverso il vetro della finestra grigi pensieri fumiganti ad inseguire il mare, Santa Lucia ristretta nelle spalle, le mani in tasca, ad ascoltare il silenzio del suo silenzio, le raffiche del vento che veniva, e queste foglie ritorte nella strada, dentro l’asfalto. Dalla strada solitudine graziosamente se ne discende al mare, con gozzi malandati, luci sfrangiate, e navi in lontananza, punta della Campanella, e Capri, la gran massa di Capri distesa a ricordare, estranea alla città come torre indecifrata, vicina, sì, quanto vicina, e lontanissima, pure, con storie scolorite d’imperatori e donne, con cargo tremolanti dell’Oriente e dell’Africa, e granaglie, carichi di mais, ferro, sabbia dorata.
(Pugliese 1976)
Io ho, per temperamento, per istinto, il bisogno del superfluo. L’educazione estetica del mio spirito mi trascina irresistibilmente al desiderio e all’acquisto di cose belle.
(D’Annunzio 1886)
[…] Un caso eclatante è quello di Sigmund Freud (1856-1939), che paragonava la psicoanalisi alle raccolte di oggetti d’arte e di archeologia, poiché entrambi i percorsi di ricerca scavano in un terreno apparentemente addormentato in cui è conservato il significato del presente. Nei suoi scritti, Freud parlava anche della passione di collezionare, riunire, catalogare come manifestazione di un profondo desiderio infantile di creare un piccolo mondo da ordinare e possedere, per compensare perdite e mancanze. Queste considerazioni non farebbero effetto se non fosse che lo stesso padre della psicoanalisi era un appassionato collezionista.
(De Bartolomeis 2013: 56)
Innanzitutto una precisazione è d’obbligo: un uomo non diventa gentleman per l’abito che indossa e, viceversa, un vero gentleman resta tale anche senza abito. Ma concludere da questa osservazione che il nostro aspetto esteriore non sia importante, sarebbe un errore. L’abbigliamento è il biglietto da visita della nostra personalità.
(Roetzel 2013: 10)
Il nostro modo di pensare è costituito dalle idee che vengono infuse in noi dal potere morale dei gruppi ai quali apparteniamo. Ciò che crediamo reale è determinato dalla nostra appartenenza a dei gruppi sociali. Essi pongono una sanzione morale sulla necessità di credervi e una condanna morale sul fatto di mettere in dubbio queste credenze accettate.
(Collins 1996: 1)
Secondo il buonsenso evoluzionista, leggendo Charles Darwin senza pregiudizi ideologici, il talento dell’eleganza può essere innato, ma rischia di avvizzirsi se non trova le condizioni per essere alimentato adeguatamente; e, allo stesso modo, un insieme di condizioni ambientali favorevoli (incredibili i miracoli di cui sono capaci un grande sarto e un solido conto in banca…) può favorire l’emergere di talenti altrimenti destinati alla latenza. Tenendo ben presente che, comunque, alla fine della serata gli ospiti ricorderanno una conversazione interessante assai più dell’abito indossato dal conversatore.
(Pessani 2013: 16)
Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti.
(Kristof 1986)